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domenica, 01 novembre 2009

IL SESSO DEL TERRORE

Qualche tempo fa un uomo armato, in tutta evidenza uno squilibrato, fece irruzione in una scuola amish della Pennsylvania. Lasciò andare i maschi e trattene in ostaggio dieci ragazzine uccidendone la metà. Stando alle ricostruzioni, si trattò di una vera e propria esecuzione. Le vittime furono costrette a disporsi in fila, il viso rivolto alla lavagna, in attesa che l'uomo le eliminasse con un colpo alla nuca. Simili efferatezze fanno riemergere dalla cenere un tizzone da sempre ardente: «l'oscura persistenza della misoginia in America», per usare la definizione di un editorialista del New York Times. Alla spinosa questione ha dedicato un corposo volume Susan Faludi, Il sesso del terrore: mito e misoginia in America. Semplificando parecchio, la tesi è che gli Stati Uniti hanno reagito al trauma dell'11 settembre recuperando un'ancestrale dicotomia: da un parte i maschi, nati per diventare eroi, dall'altra le femmine, relegate al ruolo di vittime. Questo gioco delle parti, per cui l'uomo ideale è rude e votato all'azione mentre la donna viene preferita innocente, inerme e possibilmente vergine, rappresenterebbe un motivo trainante della cultura americana le cui origini affondano nei lontani giorni della frontiera.
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Nel suo volume Susan Faludi dedica ampio spazio alla storia di Jessica Lynch, la soldatessa ferita e catturata durante la guerra in Iraq e presentata dai media come fragile fanciulla predestinata agli abusi sessuali. La Lynch, però, non ricordava affatto di avere subito violenze durante la prigionia e pertanto si oppose a qualunque riferimento a presunti stupri nella biografia che il giornalista Rick Bragg stava scrivendo. Il suo volere fu ignorato perché «la gente deve sapere che è quanto può capitare alle donne soldato». Com'è facile immaginare, il modo in cui Susan Faludi ha analizzato questa e altre recenti vicende non ha ricevuto un'accoglienza benevola. L'ineffabile Michiko Kakutani, per esempio, ha ritenuto di liquidare il libro come un tendenzioso condensato di sciocchezze che può soltanto sortire l'effetto di gettare discredito sul femminismo. Ammesso che ciò sia vero, il problema esiste ed è stato sollevato anche da rappresentanti del sesso opposto. Thomas Keith, professore di filosofia presso la California State University, ha realizzato un documentario dal titolo Generation M: misogny in media and culture nel quale si dimostra come gli atteggiamenti odiosi nei riguardi delle donne costituiscano un aspetto sempre più rilevante della cultura popolare americana.
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Ma c'è davvero qualcosa di specificamente americano in certe forme di discriminazione? E fino a che punto il fenomeno può essere spiegato come l'inevitabile esito di una società governata dalla mercificazione? In altre parole: fin dove affondano le radici di quello che per Susan Faludi è un «Terror Dream»? Oltreoceano la misoginia vanta in effetti illustri antenati. Uno dei capolavori assoluti della letteratura americana, Moby Dick, può esserne considerato quasi una sorta di manifesto. Qualunque presenza femminile è bandita dal romanzo, a meno di non voler dare un sesso al mostruoso protagonista che incombe minaccioso fin dalla prima pagina. In molti hanno ipotizzato che la balena incarni «la grossolanità femminile della materia, un tessuto viscido e appiccicoso» espressione di una natura vorace e tendente al caos. Del resto, il rapporto conflittuale che Melville intratteneva con le donne è un fatto accertato: un ministro di chiesa giunse persino al punto di proporre alla moglie di inscenare un rapimento per sottrarsi ai maltrattamenti cui era soggetta in casa. E anche volendo vedere in Melville un estremo, la letteratura americana classica nel suo complesso appare pervasa da quello che Leslie Fiedler definì a suo tempo il «sacro vincolo matrimoniale tra i maschi».
Camille Paglia ha spiegato la messa al bando del principio materno come una conseguenza del ritorno al cristianesimo delle origini, che ha ispirato il protestantesimo, e al relativo rifiuto del culto della Madonna in quanto pagano retaggio medievale. A ciò andrebbe aggiunto che una società invaghita del futuro e in incessante movimento, quale era quella dei pionieri, non poteva non vedere nel simbolo della madre un ingombro, un insidioso invito alla sedentarietà antitetica alla «rettitudine» dell'agire.
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Esempi di scrittori misogini non mancano nemmeno nel XX secolo. Hemingway a parte, è interessante l'opinione espressa su William Faulkner dal suo editor Albert Erskine, il quale, pur premettendo che non bisogna necessariamente considerare i personaggi di un romanzo come il riflesso dell'autore, trovava che «l'esplicito e imperante biasimo della donna nell'opera di Faulkner solleva inevitabilmente una questione problematica: se Faulkner non odiava le donne, perché mai tanti suoi personaggi maschili nutrono sentimenti del genere?» Il dubbio sollevato da Erskine fa il paio con l'opinione di Fiedler: «in nessuno altro scrittore al mondo gli stereotipi spregiativi nei confronti delle donne appaiono con maggiore frequenza e eguale intensità». Anche altri critici hanno notato come l'opera di Faulkner abbondi di uomini affetti da un sessismo cronico, vedi il Joe Christmas di Luce d'Agosto incapace di mettersi in relazione con le donne se non in termini di violenza, e di personaggi femminili tendenti al mascolino. Tutto ciò è di certo coerente con il profondo pathos della mitica contea di Yoknapatawha, ma è riscontrabile pure in quei rari casi in cui lo scrittore si allontana dai suoi scenari d'elezione. Fra le prove più strane dell'autore spicca Pilone, un romanzo del 1935 ambientato nel temerario mondo delle gare di volo acrobatico. La voce narrante, intrisa di simbolismo modernista, è per molti versi ambigua, indecisa tra la simpatia e l'avversione per i piloti che rischiano la pelle a bordo di velivoli ancora «infidi e fragili» e vivono all'insegna del disinteresse per qualunque regola, dalla forza di gravità alle convenzioni sociali. La sacerdotessa di questo circo meccanizzato in cui il Dio supremo è la velocità e l'amore cede il passo al sesso si chiama Laverne, una bionda platino dalla bellezza un po' sfiorita ma comunque seducente che si esibisce volando insieme a due uomini coi quali conduce un ménage à trois. Memorabile è la scena in cui, fredda e sensuale, si lascia catapultare senza niente sotto la gonna da un trabiccolo dell'aria, offrendo un'inaspettata visione paradisiaca agli spettatori che la osservano scendere a terra col paracadute. Madre di un figlio la cui paternità incerta è stata decisa ai dadi, Laverne è una donna con le ali ma le sue attitudini di mascolina sgualdrina ne fanno l'antitesi dell'angelo del focolare. Ed è proprio dal ripudio quasi panico per la vita domestica che sembra scaturire la misoginia di tanta letteratura americana.
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A noi più contemporaneo è il caso di Cormac McCarthy, per lungo tempo seguito dallo stesso editor di Faulkner. La critica ha cercato di spiegare la nutrita accolita di personaggi sessisti e omofobi che popola i suoi libri come un'allegoria della frontiera, ovvero di una terra ancora ai margini della propria preistoria, un luogo in cerca di un'identità dove i confini sono oscuri e sfumati, inclusi quelli che separano l'umano dall'animale e il maschile dal femminile. Un simile ragionamento calza a pennello qualora si prenda in esame la parte più nota dell'opera di McCarthy - i romanzi western, per intenderci: Meridiano di sangue e la cosiddetta trilogia della frontiera. Risulta però difficoltoso applicarlo a un libro come Suttree , che pure è il suo più denso e ambizioso, nonché il suo capolavoro misconosciuto.
Pubblicato nel 1979 al termine di una gestazione protrattasi per oltre un ventennio presenta vari motivi autobiografici, avendo quale scenario i luoghi in cui McCarthy trascorse la propria giovinezza. Protagonista è un certo Cornelius Suttree, un trentenne che alla stregua di un moderno San Francesco rinuncia a un'agiata esistenza per trasferirsi in una fatiscente casa galleggiante sul fiume Tennesee, a Knoxville, dove campa di pesca ed espedienti, mischiandosi a una umanità emarginata e derelitta. Il motivo di questa scelta non verrà chiarito in maniera esplicita, ma riguarda ovviamente la ricerca di una qualche forma di verità. Cornelius deve diventare Cornelius, vale a dire se stesso, e per riuscire nell'impresa imita il capitano Achab: abbandona moglie e figlio in cambio di una vita sull'acqua, gravida di insidie che, seppure meno grandiose di quelle cui andavano incontro le baleniere di un tempo, possono comportare comunque qualche rischio.
Pesanti sbronze in compagnia di sbandati di ogni risma, risse, guai con la polizia e, per finire, una febbre tifoidea. Sono disavventure desolate ma non prive di una loro comicità, quelle di Suttree. Una prosa sublime e magniloquente, tanto melvilliana che faulkneriana, le rende inoltre epiche. Non mancano i momenti in cui il nostro cercatore di verità discute con barboni e straccivendoli circa il senso della vita e, soprattutto, della morte, che è poi il vero motivo ricorrente di McCarthy, giacché solo il continuo confronto con la dipartita da questo mondo porta a una forma di pienezza che rende la vita degna di essere vissuta. Una filosofia che si concilia assai poco con il bisogno di tranquillità e certezze confacenti a un'esistenza domestica. La casa galleggiante attesta infatti la volontà di non metter radici: è un'abitazione senza fondamenta, precariamente ancorata a un terreno in movimento.
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La ruvida routine di Suttree rischia però di incrinarsi in un paio di circostanze, due interludi amorosi, il primo con una ragazza bambinesca, l'altro con una prostituta. Non a caso entrambe verranno bruscamente interrotte appena il legame giunge al punto di stringersi. L'avversione verso le donne, che emerge a più riprese nel romanzo, trova un significativo climax in una delle scene conclusive. Febbricitante, in preda alle allucinazioni, Suttree viene assalito dalla visione di sé «espulso da un'enorme fica marrone rossiccio con labbra prensili che pompavano morbide come un levantino bivalve».
Secondo un'antica leggenda degli indiani del Nord America, un pesce carnivoro giace nascosto tra le gambe della Madre Terribile, la quale può essere trasformata in donna solo dall'eroe maschio capace di svellere quei denti dalla vagina. Un mito che è forse all'origine delle tante creature degli abissi apparsi in seguito nella fantasia degli scrittori. Balene, mostri da abbattere e domare per farne un docile oggetto di desiderio: che sia dunque questa la chiave della misoginia made in Usa?

postato da: tommasopincio alle ore 20:39 | link | commenti (2)
domenica, 25 ottobre 2009

IL WEST È UN PIANETA ROSSO

«Nel West non ci sono eroi. C’è solo gente che ha paura della vita. Per questo spara, ammazza, rapina» ha dichiarato una volta Sam Peckinpah in un’intervista. Il regista del Mucchio selvaggio parlava certamente con cognizione di causa. Se ne intendeva parecchio, di western, e la sua affermazione merita quindi di essere ponderata. Qual è la vita di cui ha paura la gente del West? È la vita che anche noialtri conosciamo? E se lo è, per quale ragione non la temiamo con la stessa brutale intensità, vale a dire sparando, ammazzando e rapinando?
In effetti, la questione è molto più sottile. Ciò che davvero teme la gente del West non è tanto la vita in sé, quanto il fatto di vivere in un mondo ai limiti del barbarico dove i codici morali della civiltà contano poco o nulla. Il tipo dell’antieroe western è solitamente un nomade che passa gran parte del proprio tempo lontano dagli insediamenti urbani, vivendo a contatto diretto con una natura pressoché incontaminata e non di rado ostile. Costui sembra non possedere altro se non gli abiti che indossa e un cavallo. La sola cosa che lo distingue da un selvaggio è la pistola, che peraltro usa con animalesca noncuranza. Per lui sparare ha la semplicità di un istinto. Preme il grilletto ogni qual volta si sente minacciato o ha bisogno di procurarsi qualcosa.

Se a noialtri esseri civilizzati capitasse di trovarci nel West saremmo certamente più terrorizzati di questa gente avvezza a sparare, ammazzare e rapinare. Ci sbaglieremmo però di grosso se individuassimo la fonte del nostro terrore nell’alto tasso di violenza e criminalità. Nel nostro mondo esistono luoghi che non hanno molto da invidiare al West, eppure non proviamo la paura di cui parla Peckinpah. Nel nostro mondo possiamo infatti trarre un discreto conforto dalle leggi che puniscono determinate violenze e da chi ha l’incarico di far sì che queste leggi vengano rispettate.
Simili garanzie esistono anche nel West. Soltanto sulla carta, però. Nei fatti, mostrano tutta la loro vanità al cospetto delle leggi imposte dalla natura, leggi che hanno la meglio non in quanto più giuste, ma soltanto perché premiano sempre e comunque il più forte. È il dominio assoluto delle leggi di natura ciò di cui ha davvero paura la gente del West, leggi che non sono state scritte per l’uomo e che, proprio per questa ragione, siamo poco disposti ad accettare e comprendere.
La rappresentazione definitiva di cosa sia il panico terrore del West è opera di Cormac McCarthy e si intitola MERIDIANO DI SANGUE. Malgrado la sua prima pubblicazione risalga a poco più di un quarto di secolo fa, questo romanzo è ormai entrato nel sublime limbo dei libri senza tempo. Harold Bloom lo ha definito «il vero romanzo apocalittico americano», ponendolo un gradino sopra a quanto di meglio hanno scritto maestri quali Don DeLillo, Philip Roth e Thomas Pynchon.
Ciò nonostante MERIDIANO DI SANGUE rimane un capolavoro per addetti alla scrittura. Spesso la sua scarsa presa sul grande pubblico è spiegata con la lingua ostica e barocca di McCarthy. La letteratura abbonda però di testi ben più complessi che sono comunque diventati best seller o quasi. La vera ragione va dunque cercata altrove, probabilmente in ciò che ha indotto qualcuno a considerare MERIDIANO DI SANGUE il libro più cruento e raccapricciante dopo l’Iliade.

In teoria, nemmeno questo dovrebbe costituire un problema, visto che l’uso gratuito della violenza è ormai una costante nelle produzioni cinematografiche e letterarie più commerciali. Per giunta, il romanzo di McCarthy ricalca i tipici motivi del genere western. Riducendolo all’osso, in esso si raccontano le truculenti peripezie di un ragazzo che diventa adulto al seguito di una banda di feroci cacciatori di scalpi. A sconcertare il lettore non è che i personaggi si scannino in continuazione, bensì che la loro prepotente ineluttabile follia sanguinaria non abbia alcun perché. Comunque lo si voglia intendere, il West di MERIDIANO DI SANGUE è il caos allo stato brado. Ma forse «caos» non è la parola adatta. Forse è più giusto parlare dell’ira di un ordine che trascende l’umana comprensione, un ordine così superiore da schiacciarci con la più assoluta e insensata indifferenza. Con quella che a noi nostri occhi sembra assoluta e insensata indifferenza.
McCarthy non offre la minima consolazione. Una mattanza perenne, la guerra sempiterna: così è, se vi pare. E quand’anche non vi paresse sarebbe lo stesso. L’unica parvenza di ordine umano è incarnata dal personaggio del giudice Holden, la cui spietatezza è pari a quella del Male in persona, una sorta di angelo demoniaco sceso tra noi per annunciarci la sinistra novella: il mondo in cui viviamo è un errore cosmico. Una mano anarchica tiene in pugno il nostro destino, ed è proprio questa mano che ha ci divisi in due sessi, che ci ha creato per agire come animali da combattimento. La guerra «è la forma più autentica di divinazione» dice il giudice Holden.
Non meno inquietante per il lettore è che McCarthy non sembra prendere alcuna posizione al riguardo. Il suo silenzio instilla inevitabilmente il sospetto che egli sia d’accordo con il malefico giudice. Cosa pensi davvero McCarthy non ci è dato sapere. Come scrittore si limita a descrivere, come persona vive un eremitaggio impenetrabile senza concedere interviste. Su di lui si raccontano molte cose. Si dice che abbia vissuto per anni senza casa, spostandosi per il Texas da un motel all’altro, mangiando nelle tavole calde, portando i suoi panni sporchi nelle lavanderie a gettone, facendo il bagno nei fiumi. Difficile resistere alla tentazione di pensare che abbia modellato su di sé il personaggio del giudice Holden.
Speculazioni comunque prive di senso. MERIDIANO DI SANGUE è il tipico capolavoro che vive di vita propria, un romanzo di tale sinistra bellezza da sembrare il parto di uno scrittore fantasma e soprattutto ineguagliabile. Lo stesso McCarthy — pur riprendendo gli stessi temi, pur continuando ad ambientare le sue storie indietro nel tempo e nei selvaggi paesaggi del Sud Ovest, in quegli sterminati territori dove il confine tra Messico e Texas è solo una linea arbitraria tracciata sulle carte geografiche — non ha più cercato di scrivere qualcosa di simile.

Non fino ad adesso, perlomeno. A distanza di sette anni dal suo ultimo libro, CITTÀ DELLA PIANURA, atto conclusivo di una grandiosa trilogia, Cormac McCarthy è tornato a farsi vivo con NON È UN PAESE PER VECCHI. Con una facile battuta, si potrebbe dire che nemmeno questo è un libro per tutti. La verità è pero un’altra: questo è sicuramente il libro più accessibile che egli mai abbia scritto. Per certi versi, lo si potrebbe definire una rivisitazione in chiave pulp e vagamente tarantinesca di MERIDIANO DI SANGUE.
McCarthy non si è soltanto lasciato alle spalle la lingua elaborata dei romanzi precedenti, ha anche scelto un’ambientazione per lui insolita. I luoghi sono sempre gli stessi, Texas e dintorni messicani, ma niente più natura incontaminata , niente più cavalli selvaggi, niente più lupi della prateria che ululano alla luna. L’azione si svolge perlopiù in anonimi motel e strade interstatali, in quanto McCarthy ha deciso di raccontare una storia molto più vicina ai giorni nostri, una storia del 1980 per l’esattezza.
L’inizio del romanzo descrive una tipica situazione alla McCarthy: un uomo a caccia di antilopi nel deserto. Tutto cambia quando l’uomo si imbatte in un paio di fuoristrada, un bel po’ di cadaveri e una cartella contenente due milioni e mezzo di dollari. Non ci mette molto a stabilire che si tratta di un traffico di eroina andato storto. È inoltre abbastanza sveglio da capire che sarebbe meglio lasciare la cartella dov’è. Prenderla significherebbe fare la fine dell’antilope, poiché gente poco incline al dialogo si metterebbe sulle sue tracce con due soli pensieri in testa: riempirlo di pallottole e recuperare il denaro. Spesso, però, la mossa più furba è anche quella meno stuzzicante, per cui l’uomo raccoglie la cartella e fa ritorno alla roulotte dove vive insieme alla moglie, un’insipida ragazzetta diciannovenne.
Costui ha praticamente il doppio degli anni di lei. Si chiama Moss ed è un veterano del Vietnam. Forse è proprio per questo che commette consapevolmente lo sbaglio più grosso della sua vita: perché vuole mettersi alla prova, perché nell’intimo confida di essere ancora un buon soldato. Moss ha però fatto male i suoi conti. Oltre ai trafficanti di droga, dovrà infatti vedersela anche con un killer psicopatico di nome Anton Chigurgh che ingaggia con Moss un confronto all’ultimo sangue il cui esito finale è segnato in partenza.
Chigurgh è una evidente reminescenza del terribile giudice Holden. Ma la disumana spietatezza che in MERIDIANO DI SANGUE corrispondeva a una visione del mondo credibile, per quanto angosciante e apocalittica, qui diventa una trasposizione letteraria di Terminator che non di rado rasenta il ridicolo. Chigurgh se va ne in giro con una bombola di ossigeno e una pistola ad aria compressa con cui elimina le sue prede. Agisce come un automa. Non sembra spinto da alcuna motivazione reale se non quella di uccidere chiunque incroci il suo cammino. In sostanza, è un personaggio affatto inverosimile, ma probabilmente l’intenzione di McCarthy è proprio questa.

Chigurgh in inglese si pronuncia come sugar, «zucchero», ma può anche essere inteso come chirurgo. È chiaro che dietro un nome simile si nasconde un avvertenza dell’autore: non prendetemi alla lettera. Malgrado l’apparente linearità della trama, i personaggi di NON È UN PAESE PER VECCHI si comportano spesso in modo scarsamente plausibile. Per non parlare di certe stranezze, la più macroscopica delle quali è l’uso del cellulare in un anno in cui la telefonia mobile non esisteva ancora.
McCarthy descrive gli eventi fissando con precisione estrema dettagli incongrui. Il suo è un falso realismo che cozza volutamente contro una lunga serie di palesi anacronismi. Laddove MERIDIANO DI SANGUE si poneva come una mitografia revisionista del genere western, NON È UN PAESE PER VECCHI cerca di trasferire l’incerta dimensione temporale di quella epopea sul piano della contemporaneità o comunque di un passato molto recente.
La premeditata sfasatura del romanzo è incarnata dallo sceriffo Bell, altro nome dai forti echi simbolici. Anche Bell è un veterano, ma di una guerra più antica del Vietnam, la seconda guerra mondiale, ed proprio per via una colpa di cui si è macchiato in quel conflitto che ha deciso di fare lo sceriffo. Ma quantunque animato da nobili intenzioni, egli conclude ben poco. Non riesce a impedire che Moss e molti altri vengano brutalmente assassinati né a catturare il terribile Chigurgh. Per dirla tutta, non arresta nessuno e non cerca nemmeno di salvare dalla pena di morto un uomo che egli reputa innocente.
L’incidenza di questo sceriffo sul corso degli eventi è nulla. In pratica non fa che assistere alla mattanza. È un puro spettatore, un testimone. Mentre il sangue scorre, tra un capitolo e l’altro, Bell offre saggi della sua visione del mondo attraverso brevi monologhi. Non è così in là con gli anni, è appena cinquantenne, ma parla come un vecchio fatto e finito, blaterando la ben nota solfa delle cose che non sono più quelle di una volta: «Stupri, incendi, assassini. Droga. Suicidi. Io ci penso a queste cose. Perché il più delle volte, quando dico che il mondo sta andando in malora, e alla svelta, la gente mi fa un mezzo sorriso e mi dice che sono io che sto invecchiando».

Bell è uno sceriffo capace solo di lamentarsi e rimpiangere. In quanto rappresentante della legge, l’unico risultato che sembra in grado di raggiungere è dimostrare che l’ordine costituito dall’uomo nulla può contro il caos supremo della Natura e le violenze che ne derivano. Un momento illuminante è quando Bell dice la sua sull’aborto: «Mi sono ritrovato seduto vicino a una signora, la moglie di non so chi. E continuava a parlare della destra che aveva fatto questo e della destra che aveva fatto quest’altro. Non sono nemmeno sicuro di aver capito qual era il punto… Alla fine mi ha detto: Non mi piace la direzione in cui sta andando questo paese. Voglio che mia nipote sia libera di abortire. E io le ho risposto guardi signora, secondo me non si deve preoccupare della direzione in cui va il paese. Per come la vedo io, non c’è il minimo dubbio che sua nipote potrà abortire, ma sarà libera anche di mandare lei al Creatore. E in pratica il discorso è finito lì».
Uno sceriffo di vedute alquanto ristrette, dunque. Un uomo che non ci penserebbe due volte a votare per Bush. Il classico repubblicano per cui la parola «progresso» è soltanto sinonimo di degenerazione. Dalle sue parole traspare però una strana e toccante forma di compassione per un’umanità condannata a scannarsi in base a una legge di natura. Il triste fatalismo di Bell è, alla resa dei conti, la nota più calda di un romanzo altrimenti gelido e senza speranza. E sebbene sia del tutto inadeguato per l’ingrato compito di riportare nel mondo un po’ di ordine e giustizia, questo sceriffo è comunque uno spettatore con un’anima. Magari non salverà nessuno né capirà granché del mondo, ma guarderà le disgrazie della gente e ne soffrirà. Una magra consolazione, è vero. Del resto, i romanzi di Cormac McCarthy sono scritti essenzialmente per chi è disposto a sapere cosa significa avere paura della vita.

postato da: tommasopincio alle ore 20:39 | link | commenti (2)
sabato, 17 ottobre 2009

QUELLO ERA L'ANNO

È considerato il nuovo talento del thriller americano. È l’autore del romanzo da cui Clint Eastwood trasse l’indimenticabile Mystic River. Suo è anche L’isola della paura, detective story ai confini dell’orrore con cui si è da poco cimentato Martin Scorsese. La ragione per cui Dennis Lehane piace ai cineasti è presto detta: sa raccontare come pochi. Anche questa ultima fatica finirà per sbarcare sul grande schermo, stavolta per mano di Sam Raimi. Quello era l’anno ha però qualcosa in più rispetto ai libri precedenti. Lehane ha alzato di parecchio l’asticella: ha spostato all’indietro le lancette della Storia puntando dritto ai piani nobili della letteratura. Lo scenario è tumultuoso: il famoso sciopero della polizia che nel 1919 agitò le strade di Boston. Al centro del palco, l’avversata amicizia tra due giovani. Uno nero, l’altro bianco. Il primo in fuga dal cuore razzista della nazione perché responsabile della morte di uomo. Il secondo bianco e irlandese, figlio di un capitano delle forze dell’ordine e poliziotto lui stesso. Maestoso affresco di un tempo andato.  Trascinante saga famigliare sull’eterna lotta tra padri e figli, amore e tradimento, idealismo e ingiustizia. New American Epic.

postato da: tommasopincio alle ore 11:14 | link | commenti
venerdì, 09 ottobre 2009

L'INDIA AL TEMPO DEI BEATLES

«Sì è capito subito che gli anni Ottanta sarebbero stati un decennio di merda: al loro inizio ammazzarono John Lennon». È una frase che scrissi qualche tempo fa e della quale mi compiacqui per un bel un po’. Trovavo che condensasse alla perfezione tutto il male di un periodo per me buio del passato recente. La classica frase a effetto che sembra spiegare tutto dicendo praticamente niente. Ripensandoci, non so quanto davvero spieghi o non dica. Ma so che scrivendola non fui molto onesto. Quando iniziarono i maledetti anni Ottanta non ero affatto in dissidio con lo zeitgeist di allora. Imbevuto di idee e rumori post-punk, ero un ragazzino che a modo suo si sentiva come in un pisello nel baccello. Non disprezzavo affatto l’eterno ritorno da quattro soldi degli anni Ottanta, quello che allora veniva chiamato «riflusso». 

Il rigurgito del privato, i moti di schifo per qualunque ideale o ideologia, l’edonismo propinato come valore spirituale dalle emergenti televisioni commerciali il cui profeta sarebbe poi diventato Presidente del Consiglio. Tutto ciò mi appariva cinicamente inevitabile e perfino auspicabile. Figurarsi se mi fregava qualcosa che avevano sparato a John Lennon. Manco sapevo bene chi fosse. Credo non avessi nemmeno chiaro qual era il suo legame coi Beatles, semmai ne aveva uno. Barba e cappelli lunghi, occhialetti ridicoli, l’aria da fraticello depresso. Per me era soltanto il volto di uno sfigato hippy fuori dal tempo. E a quei tempi si diceva che il solo hippy buono è un hippy morto. A voler essere onesti, avevo più cose in comune con Mark David Chapman, il giovane squilibrato che l’8 dicembre 1980 si appostò di fronte al Dakota Building con una rivoltella in tasca intenzionato a sparare a John Lennon. Forse, diversamente da Chapman, non ero abbastanza sciroccato da ergere Il giovane Holden a modello di vita. Ero però abbastanza introverso e invelenito da somigliare ai personaggi asociali di Salinger.

È vero, gli anni mi hanno cambiato. Ma basta questo a darmi il diritto di uscirmene con certe frasi a effetto? E comunque sia, quando si gioca sporco si rischia di mancare il bersaglio. Se proprio si vuole prendere a simbolo John Lennon come simbolo della fine di una presunta età dell’oro, non è sulla morte che dovrebbe cadere la scelta. Chapman era un fan di Lennon — aveva addirittura sposato una donna di origine giapponese, la sua personale versione di Yoko Ono — e gli scaricò addosso cinque colpi di pistola perché lo incolpava di avere tradito gli ideali della sua generazione. Un giornalista che si recò all’obitorio scrisse «in una cella frigorifera, giacevano gli anni Sessanta», ma il folle gesto di Chapman non fu che l’estrema propaggine di una lunga serie di violenti deliri che negli anni Settanta annichilirono i sogni di pace e amore del decennio precedente. In un certo senso tutto cominciò a finire molto prima, nel 1966, quando John Lennon pronunciò una frase destinata a fare scattare la molla decisiva nella testa già alquanto bacata di Chapman. «Adesso siamo più famosi di Gesù Cristo». Lo squinternato omicida non fu però il solo a risentirsi. Quella dichiarazione passò praticamente inosservata in Inghilterra ma scatenò un autentico pandemonio negli Stati Uniti. Molte radio smisero di mandare in onda le canzoni dei Beatles e in varie città si improvvisarono roghi su cui bruciare gli album del quartetto. Anche il Vaticano espresse il suo disappunto. Seppure a suo modo, Lennon si scusò. Ciò nonostante quelle parole lasciarono il segno, i Beatles rimasero insieme ancora quattro anni ma il tour che a esse seguì fu l’ultimo della loro carriera.

Quella sfortunata uscita fu l’avvisaglia di una parabola discendente. La fine vera e propria iniziò però il 16 febbraio 1968 quando i Beatles partirono insieme alle loro fidanzante alla volta di Rishikesh per impratichirsi nella salvifica arte della meditazione trascendentale. Il soggiorno nell’ashram del guru Maharishi fu breve, un paio di settimane appena, ma segnò comunque una sorta di punto di non ritorno nella storia della cultura pop del secolo scorso. Nel corso di quei pochi giorni l’occhio mediatico dell’occidente si concentrò su questa piccola località ai piedi dell’Himalaya senza riuscire a vedere granché, in quanto l’accesso all’ashram del guru Maharishi fu precluso alla stampa. Qualcuno riuscì però a intrufolarsi e raccontare quel che accade durante questi «altri dieci giorni che cambiarono il mondo». Quando fu convocato dal caporedattore del Saturday Evening Post per parlare di un eventuale «viaggio in Oriente», Lewis Lapham pensò subito di doversi recare in Vietnam per riferire gli sviluppi di una guerra «che mostrava già i segni di una sconfitta americana». Con sua sorpresa si vide porgere gli ultimi due album dei Beatles e un ritaglio di giornale dove si parlava dell’apparizione al Madison Square Garden dello yogi Maharishi Mahesh dal quale i quattro di Liverpool avrebbero acquisto un po’ di consapevolezza cosmica. «Ti unirai a loro sull’eterno cammino dell’illuminazione» si sentì dire Lapham che all’epoca era un giovane promettente giornalista poco informato sull’argomento. «Della band sapevo solo che John Lennon aveva dichiarato all’Evening Standard di Londra che i Beatles erano un evento più rilevante di Gesù Cristo, e il giudizio era probabilmente esatto». Anche la sua conoscenza in materia di filosofie orientali non era particolarmente approfondita.

A ogni buon conto Lapham accettò la missione di infiltrarsi tra i discepoli del guru così da conquistare la loro fiducia ed essere accolto nell’ashram di Rishikesh nel periodo in cui vi avrebbero soggiornato i Beatles. Scopo ultimo era ovviamente un reportage a puntate da quel nuovo ombellico del mondo, reportage ora raccolto e ampliato in un delizioso volume dal titolo I Beatles in India. Per quanto, definirlo «delizioso» è riduttivo. Scritto con scanzonata, intelligente ed elegante levità, il libro di Lapham è al contempo la cronaca di un piccolo pezzo di Storia e uno spassoso racconto sulla natura umana. Alla resa dei conti Lapham rivela assai poco su quel che davvero fecero i Beatles in India. Quantunque la sua presenza fosse stata accettata nell’ashram, il giornalista non poté avvicinarli più di tanto e si dovette accontentare di fuggevoli quanto impagabili apparizioni. Ringo Starr che rimpiange di non essere rimasto a casa dove avrebbe potuto mettersi altrettanto bene nella posizione del loto. Uno scettico Paul McCartney che si dichiara «un po’ perso ai livelli superiori». John Lennon che fa dei filmini a una folla di indiani sulla riva del Gange e da quegli stessi indiani viene a sua volta fotografato. E George Harrison, il più convinto del gruppo, che ammette di riconoscere alle droghe il potere di riempire vuoti e procurare visioni meravigliose, ma siccome la morte è comunque «un po’ una rogna» alla fine anche religione e filosofia hanno la loro utilità. Quel che in effetti Lapham racconta è l’India delle utopie occidentali, un eldorado dello spirito dove santoni e ciarlatani accolgono anime in fuga — spesso solo temporanea — dal consumismo. Alcune di esse sono celebri o ricche come i Beatles, altre semplicemente in pena e bisognose di trovare il loro posto nel mondo. Come John O’Shea, un ex marine che aveva battuto «le strade di Haight-Ashbury, a San Francisco, vendendo acidi, leggendo Kerouac e tenendosi lontano dalla mischia. Ma poi il quartiere era caduto nelle mani dei filistei, e lui aveva sentito che la mischia si stava avvicinando minacciosa al perimetro del suo karma». Così aveva cominciato a viaggiare per l’India su vagoni di seconda classe, vestito come un sadhu, chiedendo l’elemosina nella ferma intenzione di perdersi. «Quando sei un sant’uomo è tutto gratis. E nessuno ti rompe i coglioni per l’hashish» spiega il transfuga al giornalista. E se la montagna non va da Maometto, ci pensa il Maharishi ad andare alla montagna ovvero a fare proseliti in Occidente. Il guru della meditazione trascendentale sbarcò infatti in America nell’ormai non più così vicino 1959. Chissà, forse aveva sentito aria di anni Sessanta. Parlò per la prima volta agli americani sotto un acero del Sequoia National Park in California. Poi si spostò a Hollywood, il che è ben strano: da fautore di pace quale si professava forse avrebbe fatto meglio a considerare prima una capatina al Pentagono. Comunque sia, pare che all’inizio viaggiasse con un semplice tappetino che, arrotolato, gli serviva anche da sacca per i suoi poverissimi beni terreni, quattro stracci e uno spazzolino da denti. Il Maharishi doveva avere però qualche rudimento di marketing. Grazie a depliant promozionali che lo definivano il «Faro dell’Himalaya» nel giro di poco tempo riuscì a mettere insieme un accolita di discepoli abbastanza vasta e ancor più danarosa da potersi finalmente permettere l’acquisto di una valigia e — gia che c’era — l’apertura di un conto in Svizzera. 

Com’è facile immaginare, Lewis Lapham dubita fortemente che la meditazione trascendentale sia la davvero la panacea ideale ai malesseri e alle malefatte del genere umano. Il suo modo di mostrare scetticismo è però misurato, espresso con una lingua così melodica da non risultare mai canzonatorio. In fondo, prova simpatia per i discepoli del Maharishi, sia che si chiamino Mia Farrow o che siano perfetti sconosciuti. E non sembra nemmeno voler screditare più tanto lui, il guru, malgrado non di rado riferisca pettegolezzi esilaranti in merito alle più alte sfere della consapevolezza: «Al Maharishi non piaceva il nero. Quando si grattava, voleva dire che percepiva atmosfere negative nell’atmosfera». Lo si può capire. Forse i benefici effetti della meditazione trascendentale sono ottenibili con tecniche alternative, qualcuno ha proposto la lettura del dizionario enciclopedico Oxford per tre mesi di fila. E sicuramente suona un tantino sospetto che il mantra da ripetere per venti minuti due volte al giorno comporti un investimento di duemila euro — questa è più o meno la tariffa attuale —. Ma quello che le persone sperano di trovarvi — serenità, pace, amore, armonia con se stessi e col cosmo, una risposta qualunque al senso della vita — sono umane necessità. Le più umane delle necessità. Io stesso ho partecipato a un seminario sulla meditazione tenuto da un noto regista americano e da Donovan il quale, praticando questa tecnica da più di trent’anni, era pure lui Rishikesh insieme ai Beatles. Come Lapham, ne sono uscito con una buona dose di scetticismo ma sarei ancora una volta disonesto se non riconoscessi che, sotto sotto, ho covato molta voglia di crederci. Questa storia della meditazione trascendentale è un po’ come credere negli alieni. Se ne può ridere fin che si vuole, ma il problema di fondo non è di poco conto.

John Lennon se ne andò però via deluso da Rishikes. Aveva sorpreso il Maharishi mentre ci provava con la sorella di Mia Farrow e, insomma, gli sembrava che un santone dovesse essere superiore a certi appetiti. Qualcosa i Beatles ne ricavarono comunque. Scesero dalla montagna con un sacco di nuove canzoni che sono poi quelle del White Album . Quanto al resto, quel breve viaggio ai piedi dell’Himalaya, segnò il termine della grande ondata di speranze e ottimismo. Il nero che tanto non piaceva al Maharishi stava prendendo il posto dei colori psichedelici. In aprile avrebbero ucciso Martin Luther King, in giugno Bob Kennedy e nei sei anni successivi altri trentacinquemila giovani sarebbero stati mandati a morire in Vietnam. L’8 dicembre 1980, quando il giovane squilibrato Mark David Chapman si appostava davanti al portone del Dakota Building con una rivoltella in una tasca e Il giovane Holden nell’altra, gli anni Ottanta erano iniziati già da un pezzo.

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venerdì, 02 ottobre 2009

BANGKOK CURE

Il migliore ristorante al mondo di cucina thai si trova a Bangkok, in uno di quei sudici vicoli che laggiù vengono chiamati soi. Si mangia all’aperto, tra canali di scolo e odori forti, seduti su traballanti sgabelli di plastica. Non fatevi ingannare dalle apparenze, la cucina è più che buona. La vera specialità è pero costituita dalla persona che serve ai tavoli. Un adolescente di sesso indefinibile dotato di una folta capigliatura le cui ciocche puntano in ogni direzione possibile. Da entrambe le orecchie pende un crocefisso d’argento. Nelle labbra imbellettate è incastonato un bulloncino, Generose mani di mascara evidenziano le ciglia. Indossa t-shirt nere con fantasie di teschi e jeans attillatissimi che sarà stato un’impresa trovare, visto che è più secco di un fuso. Si aggira guardingo muovendosi a scatti come i pupazzi di plastilina di Nightmare before Christmas. Strabuzza continuamente gli occhi facendo boccuccia, quasi fosse appena sbarcato da un altro pianeta. Di tanto in tanto si ferma per aprire un piccola bara appesa alla cintola. Al suo interno, foderato di velluto di rosso, riposa il cellulare. Il tipo si chiama A e vi assicuro che è un vero spettacolo. «Lui speciale» mi ha detto una volta la proprietaria sorridendo imbarazzata alla maniera degli orientali. Mi sono limitato ad annuire. Come potevo spiegarle che è molto più che speciale? Un perfetto esemplare di goth dove mai ti aspetteresti di incontrarlo. Se questo genere di sottocultura si è diffusa su scala planetaria è essenzialmente merito dei Cure. Sempre a Bangkok mi è capitato di andare al party di un produttore di film horror. Tra gli invitati, un manipolo di ragazzine che sembravano uscite da un convention di Suicide Girls. Erano in piena fibrillazione perché nel giro di un paio di settimane sarebbero volate a Singapore per andare a sentire Robert Smith e compagni dal vivo. I diretti interessati, però, quando sentono parlare di goth storcono il naso. Si considerano una band new wave. A loro avviso, hanno inciso solo un paio di album che possono essere definiti in quel modo, tutto qua. Il resto è solo musica dei Cure. «Eravamo un gruppo veramente alternativo», questa la frase che il loro frontman vorrebbe scritta sulla tomba. Per quanto, è assai probabile che un accordo su cosa veramente furono, e continuano a essere, non sarà mai trovato. 

Secondo le creature di South Park, Disintegration è «the best album EVER». Ma quando Rolling Stone ha stilato la sua classifica dei migliori album di sempre, lo si è visto relegato al 326mo posto. Qualunque cosa siano, un fatto è comunque certo: i Cure e il culto di cui sono oggetto rappresentano un fenomeno unico. A dispetto delle tante ferali discese nel pop e delle reiterate minacce di sciogliere la band, i fan pendono dalle labbra di Smith e dei suoi lamentosi gorgheggi. Sorge il sospetto che il segreto della loro longevità consista nella paradossale capacità di restare fedeli a se stessi anche quando si rinnegano. Soprattutto quando si rinnegano. Prima dei 25 anni mi uccido, aveva garantito a suo tempo Smith. Poi ci ha ripensato. Allo scoccare dell’ora fatale si rese conto che tutto sommato aveva combinato qualcosa di buono nella vita. Dunque: perché rinunciarvi? Nonostante la cattiva abitudine di bere troppa birra, ha cominciato a sentirsi più allegro. Meglio cambiare prospettiva. Ora dice che ci si vede, a fare quello che fa, fino a sessant’anni, e non gliene frega niente se la gente lo prenderà per scemo. Non si fatica a credergli, dato che è ormai prossimo alla soglia dei cinquanta. Non che Smith e compagni non abbiano passato momenti complicati. Sono stati adolescenti anche loro e, si sa, a una certa età l’autodistruzione è un’opzione tremendamente affascinante. A salvarli è stato il fatto che da quella fase irresponsabile dell’esistenza, i Cure non sono mai usciti. Non sono mai veramente diventati adulti, tanto per essere chiari. Si obietterà che il rifiuto di crescere sia un difetto comune a molte rockstar. Verissimo. Ma i Cure ne hanno fatto una scienza, ricavandone il loro punto di forza. «Crescere implica una serie di responsabilità, il dover fare cose che in realtà non si vogliono fare. Credo che nessuno di noi crescerà mai in quel senso. Rifiutare di crescere è come rifiutare di accettare i propri limiti» ha ammesso candidamente e in più di una circostanza Robert Smith. Ha anche spiegato che la metà delle sue canzoni parlano di «un’idea orribile che però è la migliore idea possibile del mondo»: la famosissima isola che non c’è, quella di Peter Pan. Il ragazzo che non voleva crescere, per l’appunto. Come tanti altri gruppi più o meno ascrivibili al genere goth, i Cure provengono dal punk. Diversamente dagli altri, però, per loro si tratto più di un’opportunità che di un movimento sociale, una scusa per fare baldoria e mettere in piedi una band. Del resto, essendo cresciuti lontani dalle multiformi fibrillazioni del grande zoo londinese, Smith e Tolhurst non avevano granché contro cui ribellarsi. Vivevano in una cittadina perbene del Sussex dove se giravi con una spilla da balia infilata da qualche parte ti massacravano di botte. Non avendo senso correre un simile rischio, si limitarono a intendere il punk come una condizione mentale. Per fare qualcosa non devi essere necessariamente bravo a farla, ergo puoi fare tutto: più o meno era questo il messaggio che recepirono. E proprio in virtù di questo loro atteggiamento, furono spesso guardati con sufficienza da certa critica. Nel 1981, l’anno d’oro della musica dark, vennero stroncati nei seguenti feroci termini: «I Cure non sono che trafficanti di trite atmosfere apocalittiche che avrebbero dovuto morire insieme ai Joy Division». Una sorta di ideale passaggio di testimone tra le due formazioni c’era stato, in effetti. Proprio nei giorni in cui Ian Curtis era impegnato nelle riprese di Love Will Tear Us Apart, il suo ultimo e struggente video, usciva Seventeen Seconds con il quale i Cure iniziarono l’immersione nel baratro di nichilista disperazione che nel 1984 li avrebbe portati a Pornography, l’album che ha lanciato il goth nel mondo. Allora i ragazzi avevano già adottato il loro look. Il rossetto sbafato intorno a occhi e bocca colava come sangue sotto il calore dei riflettori. Erano i tenebrosi anni in cui Smith cantava versi come «Non importa se moriamo» sopra la batteria robotica di Tolhurst. Travolta da un insostenibile senso di desolazione, nonché dall’abuso di droga e alcol, la band sfiorò il disfacimento. La svolta arriva appena un anno dopo.

Potrà sembrare una provocazione, ma il disco più importante dei Cure non è il tanto osannato Disintegration e neppure Pornography, bensì quello che molti fan della prima ora ripudiarono, The Head In The Door. Smith dichiarò che intendeva fare tabula rasa dell’immagine del gruppo, voleva rimescolare la carte, ricominciare da capo. Fatto sta che i Cure imboccarono la strada che portava dritta in cima alle classifiche di mezzo mondo. Canzoni dalle sonorità decisamente pop che funzionavo su un doppio registro. Melodie accattivanti e facili da ricordare, da un lato. Testi umorali e malinconici, dall’altro. L’obiettivo era qualcosa alla Strawberry Fields Forever, un ritorno ai beati tempi dell’infanzia quando Smith sentiva filtrare le canzoni dei Beatles dalla camera della sorella. Anche il look fu rivisto quel che tanto che serviva. La faccia seguitò a essere impiastricciata come prima. Lo stesso valeva per la capigliatura: ancora arruffata. La novità fu che non erano più tanto imbronciati. Avevano assunto un’aria gradevolmente goffa, quasi da cartone animato. Funzionò. Il video dei calzini fluorescenti volanti di In Between Days marchiò un’intera epoca. La loro musica entrò nei licei in America e da allora non ne è uscita praticamente più, se non per essere mettere radici in altre parti del pianeta accrescendo il numero dei facenti parte della sottocultura goth e non solo. Non solo, sì. Perché potranno pure non piacere, ma bisogna dargliene atto: i Cure sono la band del pop perfetto. Sono andati dritti al cuore di milioni di persone sporcando di lacca e rossetto l’immaginario contemporaneo. Dai teen horror fino a Matrix, passando ovviamente per Il Corvo e le metamorfosi di Johnny Depp guidate da Tim Burton. Per non parlare di ciò che hanno lasciato in eredità alla musica degli anni Novanta. Quel che è incredibile è che ci sono riusciti con una sorta di candido nichilismo, senza credere quasi in niente a parte il non volersi alzare presto tutte le mattine, restando ostinatamente ancorati ai dolci tormenti dell’adolescenza. Grazie a loro, starsene chiusi nella cameretta a sedici anni struggendosi di disperazione è diventata la cosa più bella del mondo. E poco male se la ragazza dei nostri sogni non vuol saperne niente di noi. Dallo stereo giunge una voce lamentosa che canta «Yesterday i got so old i felt like i could die», un dolce motivetto che non dimenticheremo mai. Lunga vita ai Cure.

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sabato, 26 settembre 2009

FRAGILE DAYS OF BANGKOK


Sono piccoli edifici solitamente non più larghi di sei metri e alti un paio di piani. Un miscuglio di architettura coloniale e cinese concepito per concentrare in un'unica costruzione lavoro e vita privata. Di sotto l'attività, di sopra gli alloggi. Le chiamano shophouse. A partire dal diciannovesimo secolo, quando i mercanti cinesi misero radici un po' ovunque, sono diventate un tratto tipico del paesaggio urbano del sud-est asiatico. In città come Singapore molte di esse ospitano da tempo boutique e caffè alla moda. A Bangkok sono una specie edilizia in pericolo di estinzione. La maggior parte furono demolite nella metà degli anni Ottanta per fare spazio a grattacieli, alberghi di lusso e centri commerciali. I pochi esemplari superstiti, alcuni dei quali ristrutturati e convertiti in studi e spazi espositivi da artisti e architetti, non sono che aghi nell'immane pagliaio di cemento che è ormai questa convulsa e contraddittoria metropoli. I tailandesi credono fermamente che in ogni casa dimori uno spirito. Forse è per questa ragione che lasciano andare in rovina quelle più vecchie, le preferite dai fantasmi.

Lo stravolgimento urbano occorso a Bangkok negli ultimi due decenni non è dunque solo una questione di dissennata speculazione edilizia. È anche una storia di fantasmi. Una storia come quella che apre Fragile Days, la raccolta di racconti nei quali lo scrittore Tew Bunnag fotografa con delicata empatia cosa significhi vivere in questo porto di piacere e disperazione dell'estremo oriente, tra condomini di lusso e più di trecentomila persone che vivono nelle baracche ammassate lungo i binari.
Al centro del racconto di Bunnag c'è per l'appunto una shophouse destinata alla demolizione. Per lungo tempo un fantasma scoraggia i potenziali acquirenti ma alla fine una catena alberghiera di Singapore conclude l'affare. Al posto della vecchia dimora sorgerà un piccolo parco a tema dove verranno rappresentate scene della storia tailandese, inclusa una battaglia con gli elefanti. Alla giovane proprietaria, dopo aver fatto di tutto per preservare la casa in cui hanno vissuto i suoi antenati, non resta che arrendersi. Del resto, per un buddista nulla è permanente a questo mondo. La donna può solo sperare che il fantasma continui a infestare il luogo lasciando interdetti i visitatori del futuro parco a tema.


Anche Tew Bunnag ha dovuto accettare la caducità del luogo in cui è nato. «Nell'arco della mia vita ho visto cambiare Bangkok in termini drammatici e radicali» mi dice con gli occhi rivolti alla finestra nella quale si staglia il profilo di una città che ama, ma fatica a riconoscere. Quella che vediamo è Bangkok, ma dalle poltrone dello Starbucks del centro commerciale in cui ci troviamo potrebbe sembrare lo scorcio di una metropoli pescata a caso nel mare dei tanti paesi in via di sviluppo. Non un segno del passato. A parte qualche crepa che questi ultramoderni edifici iniziano a mostrare malgrado la loro giovane età. Il cemento invecchia in fretta.
Bunnag indica un punto nella foresta di edifici. «Lì, un tempo, c'era un canale. I bambini ci andavano a fare il bagno ed era pieno di barche a remi». Ci tiene a sottolineare che non c'è alcuna nostalgia nelle sue parole. «È necessario conservare la memoria di ciò che si è stati se non si vuole perdere la propria identità. Per questo scrivo: perché la Bangkok di oggi con le sue storie non vada perduta come è accaduto alla Bangkok di ieri. Si scrive per ricordare, e anche per sollevare domande. Non molto lontano da qui ci sono baracche dove la gente vive e muore in mezzo ai topi, e io domando perché? Perché così tante persone sono lasciate in uno simile stato di abbandono?»
Come molti uomini orientali Bunnag porta magnificamente i suoi sessanta anni. Ha vissuto a lungo all'estero, lontano dalla sua città, e quando vi ha fatto ritorno, nel 2000, si è preso cura dei malati di Aids ricoverati in un ospedale situato nell'area portuale. «Sono diventato scrittore per sbaglio» dice. «Il mio lavoro è con la gente che soffre. Molti mi domandano perché mi dia tanta pena per delle persone che sono comunque destinate a morire».
Mi sa che morire è più o meno il destino di tutti, faccio io. Il mio interlocutore annuisce. «Ricchi e poveri ci sono sempre stati» dice Bunnag. «Ma in passato la distinzione era netta. Da una parte c'erano quelli che avevano tutto, dall'altra parte quelli che non avevano niente. E spesso gli ultimi erano al servizio dei primi. Ora ci sono le baracche, i centri commerciali, e in mezzo una vasta zona grigia dove la povertà prende mille diverse sfumature. A volte rimango soggiogato dalla resistenza della povertà. Il problema della Tailandia è che ha un'unica grande città, Bangkok. Tutti vogliono venire qui nella speranza di trovare qualcosa».
La città ha cominciato a cambiare all'inizio degli anni Settanta. «Avevo vent'anni all'epoca, studiavo in Inghilterra e partecipavo alle proteste contro l'intervento americano in Vietnam. È stata proprio quella guerra a cambiare il volto del nostro paese. I soldati in licenza arrivavano a Bangkok e la città si è attivata per dargli ciò che chiedevano. Sesso, tanto per cominciare. E poi droga e quant'altro. Nel 1975, finita la guerra, Bangkok ha dovuto fare i conti con il vuoto lasciato dai soldati americani. L'industria del sesso e del turismo è nata dalle rovine della guerra. Negli anni Ottanta hanno cominciato a costruire la frastagliata mostruosità di cemento che adesso vediamo al di là di questa finestra. Non tutti condividono la mia analisi, però. Dicono che sono un pazzo a sostenere che l'origine di tutto sia stata la guerra del Vietnam».

In effetti, la prostituzione era assai diffusa già da tempo. Il primo salone di massaggi della città fu aperto nel 1956 ed era frequentato dai giapponesi che risiedevano in Tailandia nonché dai funzionari più anziani della polizia. Secondo alcuni, il vero boom dei cosiddetti go-go bar non fu determinato affatto dai soldati americani bensì dagli impiegati delle compagnie aeree che stabilirono i propri uffici nella famigerata area di Pat Pong, il quartiere a luci rosse oggi diventato una sorta di squallido luna park erotico con annesso mercato di paccottiglia. Le statistiche dicono inoltre che appena il cinque per cento del gigantesco giro d'affari legato alla prostituzione è rivolto ai farang, come qui vengono chiamati gli occidentali.
Tew Bunnag sa bene tutte queste cose ma resta dell'idea che sia stata l'illusione di un turismo portatore di benessere a determinare la speculazione edilizia e finanziaria degli anni Ottanta. La terribile crisi economica del 1997, dalla quale il paese non si è ancora del tutto ripreso, fu una catastrofe fin troppo annunciata.
«Questo è un paese essenzialmente rurale. Non c'è una produzione industriale che giustifichi l'aspetto che ha assunto Bangkok negli ultimi decenni. Molti di quegli edifici non sono che scatole vuote. Invece che rincorrere chimere, la Tailandia dovrebbe investire di più sulla sua vera forza, l'agricoltura». Ciò nonostante Bunnag è fortemente legato a questa città che sa ancora offrire sprazzi della sua antica bellezza. I tramonti colore dell'oro, gli improvvisi e violenti acquazzoni nella stagione delle piogge, il gracidare notturno delle rane-toro, il silenzio di certi vicoli pieni di piante. In molti passano di qui, prendono quel che gli serve e se ne vanno. «Ma quelli che restano - scrive l'autore in una sorta di ode posta come epilogo a Fragile Days - sanno di essere a casa, nel cuore di una follia che è lo specchio della loro anima. La decadenza è consolatoria. È come essere posti di fronte alla prima delle nobili verità rivelate dal Buddha: il dukka. Il segno della nostra esistenza, l'inesplicabile realtà della sofferenza. È il tratto essenziale e tangibile di Bangkok, la sensazione di librarsi sul fondo delle cose».
L'aria di Bangkok ha il sapore della morte e della fragilità. Il suo odore è inconfondibile, una densa mistura prodotta dai rifiuti lasciati marcire nei canali di scolo, dai micidiali gas di scarico del traffico assordante, dai corpi sudati della gente e, in rari momenti, dal fumo di un incenso che brucia in un altare o dal profumo dei fiori. È una Bangkok perennemente affacciata sull'orlo del collasso e della putrefazione quella che Tew Bunnag ritrae nei suoi racconti. Storie di piccola umanità all'ombra dei pilastri di cemento dello skytrain, la metropolitana sopraelevata che attraversa come un miraggio tecnologico il cuore di una città dove sacro e profano sembrano convivere senza troppi problemi. Per quanto, non è che sia rimasto granché di sacro nelle strade arroventate da sole e nei vicoli bui e affollati. «La religione non è esattamente quella di quando ero bambino» scrive Bunnag, domandandosi in quale misura sia effettivamente cambiata questa città la cui bruttezza è cresciuta dentro di sé «come un fungo su un muro umido».
La paradossale sensazione di accorato estraniamento che pervade i racconti di Fragile Days è intensificata dal fatto che l'autore li scrive in inglese. «Il thai è una bellissima lingua ma essendo molto onomatopeica da un lato è poco duttile, dall'altro impone troppi limiti sul piano narrativo» spiega Bunnag. «Per esempio, non contempla l'uso del condizionale. L'evento ipotetico può essere espresso solo per mezzo di perifrasi e allusioni. Trovo più congeniale scrivere in inglese e far poi tradurre i miei racconti in thai». La scelta potrà apparire strana ma funziona. L'uso inevitabilmente misurato del linguaggio si rivela il riflesso perfetto di una società che rischia di smarrire tragicamente i propri valori.


I protagonisti delle storie di Bunnag vengono sempre colti al capolinea della loro esistenza morale, nel momento in cui hanno vissuto abbastanza da fare i conti col passato, in particolare con ciò che hanno perduto o non hanno saputo conservare. Come Ne Sei, il protagonista di The Gambler, che dopo aver sprecato anni ai tavoli da gioco aspettando che la fortuna girasse dalla sua parte, molla le carte per sposare una taciturna ragazza che lo evirerà, pratica per nulla rara tra le donne tailandesi desiderose di porre fine una volta per tutte alle incessanti scappatelle dei lori mariti. Uomini che tradiscono e umiliano donne pentendosi della loro dissennatezza quando ormai è troppo tardi, donne che si prendono crudeli rivincite oppure, più frequentemente, si ritrovano abbandonate a se stesse, con una o più bocche da sfamare. Sono storie ricorrenti a Bangkok e che gli abitanti di questa città, ricchi o poveri che siano, accettano come un karma. Storie che non operano distinzioni di ceto. La fragilità attraversa ogni strato sociale intrecciando i destini dei pochi eletti alla moltitudine dei diseredati come una delle tante ghirlande di fiori che pendono dagli altari o dagli specchietti retrovisori dei taxi.

L'incontro con Bunnag ha anticipato di pochi giorni l'uscita di un nuovo libro. «Il mio primo romanzo. Ho aspettato a scriverne uno perché la narrativa esige di essere disciplinatamente folli o disciplinati alla follia». The Naga Journey è la cronaca dell'improbabile amicizia tra persone di diversa estrazione sociale che si ritrovavano a vivere una drammatica esperienza nel corso della cremazione di una nota personalità pubblica. Il modo in cui reagiscono all'evento costringe gli amici a confrontarsi con un passato che finora hanno cercato di evitare. Tutto il romanzo è pervaso dall'allegorica presenza del Naga, l'imprevedibile forza dell'acqua, al contempo fonte di vita e di distruzione.
Il punto culminante giunge infatti quando Bangkok è minacciata da un'imponente inondazione. In questa apocalittica reminiscenza dello tsunami gli amici troveranno la loro catarsi. Il tragico finale concede però un estremo messaggio di speranza e riconciliazione. Un messaggio che Tew Bunnag intende chiaramente estendere a chiunque passi per Bangkok, che rimanga o che resti in questa città metafora del mondo intero.
postato da: tommasopincio alle ore 12:26 | link | commenti (3)
lunedì, 21 settembre 2009

FARANG A BANGKOK

Negli anni non ho mai smesso di tornare a Bangkok. Alcuni stentano a capire, si domandano cosa ci trovi. «È uno schifo» dicono. La mia tentazione di ribattere viene spesso repressa dalla consapevolezza che Bangkok non è bella. Perlomeno non secondo i canoni per cui tutti apprezzano luoghi come Parigi, Londra o New York. Di fronte a una cementificazione tanto scriteriata, il turista sbarcato di fresco resta comprensibilmente interdetto. Il traffico selvaggio e pestilenziale rende disagevoli gli spostamenti, peraltro non incoraggiati dal caldo da sauna che impera nelle ore diurne. Non per nulla, la maggioranza si trattiene giusto il tempo di guardarsi un po' attorno. Una fugace visita ai siti monumentali e al mercato galleggiante, un'ora di relax in una sala massaggi e poi via, verso mete più vacanziere: un'isola, una spiaggia, la natura dei tropici. A fermarsi più a lungo sono quasi sempre uomini attempati in cerca di avventure a buon mercato, un po' di sesso sbrigativo condito da un'idea molto annacquata di amore. Li vedi ciondolare, questi uomini, affannati e sudati, dalle parti di Sukhumvit Road oppure seduti in un bar, sorseggiando una birra in attesa che cali la sera, e quasi mai sono un bello spettacolo. Dunque, cosa ci trovo? In passato, nemmeno a me era chiaro il fascino che mi irretiva. Poi, un giorno, una ragazza mi ha detto: «Asia men no farang. You farang», e io ho compreso.
Avevo sempre pensato che la parola farang non fosse che una storpiatura dell'inglese foreign e avesse pertanto lo stesso significato. Non è così. Birmani, laotiani e cambogiani che si trovavano in Thailandia non sono farang, veri stranieri cioè. Farang siamo unicamente noi, gli stranieri d'Occidente, e sempre lo resteremo. Per quanto cerchi di insediarsi, l'uomo occidentale non cesserà mai di essere un farang. Potrà decidere di trasferirsi, intraprendere qualche attività e magari anche sposarsi, ma il suo tentativo di mettere radici non si compirà mai fino in fondo, poiché la possibilità di diventare uno del luogo, di integrarsi nel senso pieno del termine, gli è preclusa. Il senso di pacificata putrescenza che ristagna ovunque a Bangkok - nella quiete dei templi buddisti come nei lascivi go-go bar o nei soi brulicanti di gente e odori - aiuta però il farang a vivere la propria condanna all'estraneità con una sorta di felice rassegnazione. Del resto, è la ragione per cui la città degli angeli asiatica attira fatalmente un tipo ben preciso di persona: l'occidentale che nel mezzo del cammin di propria vita ha finito, deliberatamente, per smarrirsi, ovvero estinguersi nel samsara, l'eterno ciclo di vita morte e rinascita. Volendo metterla in termini meno mistici, a fermarsi da queste parti è colui che ha deciso di lasciarsi serenamente andare alla deriva. Tutto ciò fa di Bangkok l'ultima città al mondo in cui è possibile vivere una vita da espatriati, simile a quella di certi derelitti personaggi di Graham Green, primo fra tutti Thomas Fowler. Il cinquantenne cronista dell'Americano tranquillo e certi suoi parenti stretti - inquieti erranti e transfughi d'Occidente quali l'Ismaele di Moby Dick o il colonnello Kurtz di Cuore di tenebra - esercitano su di me un ascendente di notevoli proporzioni e sono alla base della mia attrazione per questa metropoli.
 

È quindi più che legittimo dubitare della mia imparzialità se affermo che l'ultimo libro di Lawrence Osborne, Bangkok , è, nel suo genere, un gioiellino imperdibile. Ma tant'è. Osborne, già noto al pubblico italiano come scrittore viaggiatore grazie al Turista nudo , non ha nemmeno provato a penetrare il cuore nascosto della cultura thai. Si è limitato a osservare i farang cui lui stesso in fondo somiglia, i pigri sibariti impegnati nella non impossibile missione di sparire in un'enorme città dove una larga gamma di desideri, inclusi quelli ai limiti dell'illegalità, può essere facilmente appagata. Si è affidato alle loro storie non soltanto per l'oggettiva difficoltà di capire realmente i nativi, ma anche perché Bangkok è diventata la città che è proprio in virtù del suo mezzo milione di viaggiatori, esiliati e autoemarginati occidentali. I farang che la abitano ne hanno fatto un posto ibrido, che appartiene tanto ai thailandesi quanto agli occidentali. Due città in una che non sempre coincidono ma che comunque si fondono. 
Il sottotitolo, Un soggiorno nella capitale del piacere, va dritto al prevedibile nocciolo del problema. Osborne si tiene però lontano dalle abusate retoriche intorno alla prostituzione, sia in un senso che nell'altro. Non la condanna né indulge più di tanto al suo decadente lucore. Indirettamente, rifiuta pure la vecchia teoria per cui la locale mollezza di costumi risalirebbe agli anni della guerra del Vietnam, quando gli americani convertirono Bangkok in un luna park per i soldati in licenza. Preferisce invece leggere l'elevato tasso di tolleranza come un effetto della fede buddista nella reincarnazione. La ciclica metamorfosi per cui ogni uomo è stato a suo tempo donna e viceversa favorirebbe la promiscuità nonché il passaggio da un sesso all'altro; e qui lo scrittore si lascia incantare da una figura tipica del mondo thailandese, il katoey ovvero il maschio effeminato. Katoey sono tanto gli uomini che cambiano chirurgicamente sesso quanto coloro che non si spingono al di là del mero travestimento. La parola chiave è per l'appunto trasformazione, diventare altro da sé. Per Osborne, Bangkok è il luogo dove un simile miracolo è alla portata di chiunque. 
Dei quindici milioni di visitatori che ogni anno vi transitano, la minoranza di coloro che decidono di fermarsi lo fa proprio perché confida nella possibilità di una rinascita, tanto fisica che spirituale. Lo stesso scrittore confessa di esservi giunto squattrinato e con scarse prospettive. «Avevo cominciato a frequentare Bangkok per un fatto di denti, cioè perché in sostanza a New York non potevo permettermi un'assicurazione. A Bangkok con quattordici otturazioni mi avevano chiesto quattrocentocinquanta dollari, niente rispetto a qualsiasi polizza americana. Anche calcolando i biglietti aerei e una mensilità al Primrose, ci andavo a guadagnare. Insomma, la ragione fondamentale che mi aveva costretto all'esilio temporaneo era di carattere finanziario. C'era poco da fare, i conti parlavano chiaro: al momento l'Occidente era al di sopra delle mie possibilità, tanto che stavo addirittura pensando seriamente di trasferirmi da quelle parti in pianta stabile. Dopotutto, la Thailandia era un affare». Come molti, ha finito per trattenersi: «Per me Bangkok era la notte. Di giorno faceva troppo caldo, e il caldo lo tollero, il sole no. Così ero diventato un camminatore notturno. La mia era una solitudine volontaria, anzi, calcolata. Rimanevo in strada fino a ore impossibili, frugando dappertutto come un procione. Col tempo avevano cominciato a piacermi gli sbuffi di basilico rancido e marijuana fredda che Bangkok sembra espellere da narici invisibili; mi piacevano le ragazze, che ti sfioravano nel buio buttando lì, come due monete su un bancone, sempre le stesse parole: «Bai nai?». E mi piaceva quella putrefazione selvaggia». Osborne evita di specificarlo, bai nai? significa «dove vai?» e viene spesso usato come una forma allusiva di saluto non soltanto dalle prostitute. Bai nai? rende alla perfezione lo spirito della vita di strada che si conduce a Bangkok, il costante ciondolare e la possibilità di scrollarsi di dosso la solitudine con la facilità con cui da noi si prende un caffé; facilità che vale però anche al contrario, perché come niente ci si ritrova più soli di prima. In fondo, la ragione profonda del libro è la paradossale tristezza di una metropoli che, a dispetto della sua promiscuità, è dominata dalla solitudine, ma a differenza di tante città gravate dallo stesso problema offre continue vie di scampo.
 

«Anche il mercato del sesso ha a che fare con la solitudine» ha spiegato Osborne in un'intervista. «Non credo che gli uomini che vengono a Bangkok siano ossessionati dal sesso, perché quel genere di ossessione sessuale è perlopiù un mito. In realtà, la faccenda è assai più complicata e concerne il modo in cui una persona interagisce con lo spettro della solitudine, che per ovvie ragioni si fa sempre più minaccioso con l'avanzare dell'età». La Bangkok di Osborne si rivela allora una città imprevedibile che, seppur pullulante di vita, è pervasa di tristezza. Ma il suo libro è tutt'altro che triste. Racconta, con appassionato disincanto e non poca ironia, di farang che si liberano del proprio passato per assurgere a nuova vita, a cominciare da Anna Leonowens, istitutrice inglese che negli anni Sessanta dell'Ottocento si occupò della progenie del monarca Rama IV. Questa indomita e un tantino altezzosa signora inglese fu inoltre autrice di un'autobiografia ricca di panzane, il che induce Osborne a vedere in lei l'antesignana dei farang che usano il Siam, la Thailandia, per reinventarsi, trasformandosi in personaggi da romanzo. «Si poteva fare solo in un paese non ancora colonizzato: niente infrastrutture, niente verifiche, nessuno che venisse a ficcare il naso». Il bello è che incredibilmente si può fare anche oggi. E infatti, lo scrittore incappa subito in uno strano vicino d'alloggio, un certo McGinnis, un inglese dal fisico ossuto, venditore di condizionatori d'aria e compilatore - a scopo puramente filantropico, a suo dire - di un'enciclopedia dei bar di Bangkok. Torna fatalmente alla memoria il venditore di macchine aspirapolvere nonché spia per caso di un notissimo libro di Greene, sebbene Osborne opti per altri riferimenti: «McGinnis era un uomo senza passato, uno di quei personaggi di Simenon che un bel giorno salgono su un treno e vanno a far secco uno sconosciuto in una città lontana». 
Ma alla resa dei conti, che si guardi a Simenon o a Greene fa poca differenza. L'effetto è sempre lo stesso: quello di essere d'incanto sbalzati in una dimensione d'altri tempi. Finanche il libro di Osborne dà spesso la sensazione di un libro noir che, abortito sul nascere, ha assunto le forme di un diario di viaggio solo in un secondo momento: «Al crepuscolo, quando l'aria diventava grigio cenere, le froge si dilatavano per accogliere qualcosa di indefinibile - il profumo acre dei peperoncini «merda di topo» passati in olio bollente e pasta di tamarindo. E cominciavo a precipitare come una pietra in un pozzo - solo che il pozzo ero io. A Bangkok si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più, quando si getta la spugna, e a pensarci bene la città è solo questo, il protocollo di una caduta. Valeva per me, ma anche per gli altri inquilini del Primrose: spezzati, respinti, delusi, erano partiti per l'Oriente». Difficile immaginare un attacco più romanzesco di questo, eppure chi conosce Bangkok sa che non c'è nulla di artefatto. La città è davvero così e, come pare affermare Somerset Maugham, «se qualcosa di così fantasmagorico esiste, dovremmo solo esserne grati».
 

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venerdì, 11 settembre 2009

FALLING MAN

Falling man. Uomo che cade. Potrebbe essere il titolo di un'opera d'arte oppure la didascalia di una foto. Nell'ultimo romanzo di Don DeLillo è entrambe le cose. Per capire perché è necessario partire da un antefatto. Il 12 settembre 2001, a pagina 7 del New York Times comparve una foto scattata la mattina del giorno prima al World Trade Center. Mostrava un uomo che precipita nel vuoto. Dietro di lui, le due torri che di lì a poco sarebbero crollate. L'immagine scatenò un'ondata di protesta. Fu giudicata un intollerabile atto di sciacallaggio. Quell'uomo stava per schiantarsi al suolo. Si era gettato per sfuggire alle fiamme, era stato costretto a scegliere tra due diversi modi di morire. Dare in pasto al mondo una simile tragedia era vergognoso, pura pornografia giornalistica. Onesta, perlomeno, fu la reazione del momento. Anche gli altri quotidiani che pubblicarono l’immagine furono subissati di insulti. Non fu più riproposta. Sparì dalla carta stampata ma rimase comunque impressa nella memoria collettiva. Il fatto che l'identità dell'uomo fosse ignota pesava come un macigno. Un giornalista cercò di dargli un nome. Fece ingrandire la foto. Scoprì che l'uomo era di carnagione scura, aveva il pizzetto e indossava una specie di casacca. Pensò fosse un ispanico che lavorava al Windows of the World, il ristorante in cima alla torre nord. Si mise allora sulle tracce di un certo Hemandez, si recò al suo funerale, mostrò la foto a una delle figlie. «Quel pezzo di merda non è mio padre» disse la ragazza infuriata e intimò al giornalista di andarsene. Fu appurato che effettivamente non si trattava di Hemandez. In seguito, parve di poter identificare l'uomo della foto in un altro dipendente del Windows of the World, Jonathan Briley di quarantatre anni. Ancora oggi il nome di Briley è il più accreditato, ma niente e nessuno possono fornire una prova definitiva. Il solo nome certo è The Falling Man, titolo di un lungo e brillante articolo nel quale è raccontata la storia della foto. Pubblicato nel 2003 sulla rivista «Esquire», l'articolo offrì al cineasta Henry Singer lo spunto per un documentario che vide la luce tre anni dopo, 9/11: The Falling Man.

Il milite ignoto del 9/11
Secondo alcune stime più di duecento persone caddero o si gettarono dalle finestre dei piani più alti delle due torri. Le hanno chiamate jumpers, i saltatori. Duecento individui che hanno cercato scampo saltando nel vuoto. Qualcuno di loro, in un estremo tentativo di salvarsi, pensò di usare una tovaglia come paracadute. La gente che si trovava giù in strada vide le tovaglie strapparsi mentre i corpi, precipitando, acquistavano velocità. In molti fotografarono e filmarono. Per qualche minuto, nell'immediatezza degli eventi, anche le televisioni mostrarono i saltatori. Nessuna di queste immagini ha però avuto l'impatto simbolico di Falling Man. È stato detto che Falling Man è il milite ignoto di quel giorno di guerra senza soldati che fu l’11 settembre. Ma perché proprio Falling Man? Cosa ha di tanto speciale? Le ragioni per cui i sentimenti delle masse finiscono per cristallizzarsi in una precisa immagine sono in parte inesplicabili. In parte, però, sono anche fin troppo chiare. Innanzi tutto la fonte: chi o cosa ha fatto sì che un frammento di storia si coni servi nel tempo. Falling Man fu scattata da Richard Drew, lo stesso fotografo che nel 1968 immortalò Bob Kennedy un attimo dopo che gli avevano sparato alla testa. Nella stessa circostanza immortalò pure la moglie Hethel che implorava i fotografi di non fare fotografie. All'epoca Drew era un ragazzino di ventuno anni. Ne avrebbe avuti più di cinquanta quando, tre decenni dopo, la storia irruppe un'altra volta nella sua vita. Una fortuna che ti può capitare se fai il giornalista. La mattina dell’11 settembre Richard Drew si trovava a New York per fotografare una sfilata di abiti premaman. Il suo editor lo chiamò sul cellulare per dirgli di schizzare all'istante al World Trade Center. Un 747 si era appena schiantato contro una delle due torri. Giunto sul posto vide che gli aerei impazziti erano due, come le torri. In un batter d'occhio, era passato dai corpi di giovani donne incinte ai corpi di sventurati che si spiaccicavano al suolo dopo un volo di cento piani. Dalla vita alla morte, così. E che morte. Drew si mise comunque al lavoro. Era li per quello, del resto. Le persone che fanno il suo mestiere non perdono tempo a pensare. Per loro una foto non è che un rettangolo da riempire in una frazione di secondo. Più importante dell'autore dell'immagine, però, è la sua natura. La gente che vide la foto sui giornali e si indignò non poteva sapere chi l'aveva scattata e perché si trovasse a Manhattan quel giorno. Solo col tempo alcuni sono giunti ad apprezzare l'inquietante simbolismo delle coincidenze messe insieme dal destino. Sul momento, la gente vide soltanto un'immagine. O per meglio dire: qualcosa che sembrava soltanto un'immagine. Perché quella scattata da Drew non era una semplice foto. C'era la brutale tragicità del soggetto. Ma c'era anche il fatto che è una foto di surreale bellezza. Falling Man non sembra il ritratto di una persona che, in preda a panico e disperazione, si lancia incontro alla morte. L'uomo precipita con l'elegante compostezza di un tuffatore olimpionico. Il corpo è in posizione verticale, in perfetto asse con la struttura di acciaio alle sue spalle che. luccica al sole del mattino. Procede a testa in giù. Le braccia non sono protese in avanti nell'istintivo quanto inutile tentativo di proteggersi. E neppure si agitano. Sono distese e attaccate ai fianchi come se all'ignoto saltatore interessi soltanto favorire l'azione della forza di gravità. Sembra la posizione di un uomo che ha grande dimestichezza col vuoto. Si direbbe che costui non faccia altro da una vita: saltare dai grattacieli.
Il potere dell'estetica
Ma è una coincidenza anche questa. Le immagini mentono. La frazione di secondo con cui Richard Drew ha riempito il rettangolo della foto non è la verità. Un attimo dopo avrebbe colto l'uomo nella stessa posa scomposta e disperata degli altri saltatori. Nondimeno l'immagine è lì, con la sua surreale bellezza. Ovviamente, la maggioranza di coloro che videro la foto sui giornali e si indignarono non ragionò affatto sulla sua qualità estetica. La bellezza è però dotata di poteri subliminali, riesce a farsi coglierne anche da chi — a cominciare dalla massa indistinta della gente — sembra sprovvisto del senso del bello. Pur senza esserne consapevoli, molti fra coloro che inviarono lettere di protesta ai giornali si sentirono oltremodo offesi proprio dalla minimalista eleganza della foto. Non ci si era limitati a mostrare il vuoto innominabile della morte, si era arrivati al punto assai più oltraggioso di mostrarlo come qualcosa di bello. Nel romanzo di DeLillo c'è l’11 settembre e c'è un Falling Man. «Un uomo penzolava, sopra la strada, a testa in giù. Era vestito come un uomo d'affari. Aveva un gamba piegata e le braccia distese lungo i fianchi». Non è pero lo stesso saltatore della foto. L'uomo indossa un'imbracatura di sicurezza che lo tiene sospeso nel vuoto. È un uomo che finge di cadere. Questo Falling Man è un artista che dopo l'attentato si cimenta nella provocatoria performance di mimare la foto di Richard Drew. Nelle strade la gente si infuria come si è infuriata per la foto. «Il traffico era quasi bloccato adesso. C'era gente che inveiva contro lui, indignata dallo spettacolo, una burattinata della disperazione umana». L'arte contemporanea fa spesso la sua parossistica figura nei romanzi di DeLillo. Del resto, è un tratto tipico della New York postmoderna. In Falling Man si sovrappone all’evento più traumatico della storia della città e dell'intera America. Si direbbe che lo scrittore voglia mostrarci la qualità estetica dell' 11 settembre. Ma lo fa a modo suo, quasi di sfuggita. Le apparizioni dell'artista che penzola dagli edifici sono fugaci, punteggiano la trama di un romanzo che racconta altre cose, prima fra tutte il fallimentare tentativo da parte di un uomo e una donna di ricomporre la perduta unità del nucleo famigliare. L'eresia che nell'11 settembre ci sia qualcosa di bello attraversa il romanzo come un disturbante motivo di sottofondo. Falling Man è appeso alla simmetria di quel giorno, all'assurda ieraticità della foto di Drew. C'erano due torri, quel giorno una il doppio dell'altra. E due aerei, uno per ognuna delle due torri. E poi due schianti, uno replicato dopo l'altro affinché il grande occhio tecnologico dell'umanità avesse il tempo di prepararsi a filmarlo, fotografarlo, riprodurlo. L'evento e il suo doppio. La civiltà del reality show costretta ad assistere a un qualcosa che è al contempo reality e show. Questo «qualcosa» è stato chiamato in molti modi ma chi si sognerebbe — chi oserebbe — definirlo opera d'arte? Eppure è anche questo. Al fine di raggiungere il proprio obiettivo — arrivare con un sol colpo al cuore un'intera comunità — il terrorista deve valutare anche gli aspetti estetici e spettacolari della sua azione. In questo senso, l' 11 settembre è un capolavoro. Per noi, ciò è ovviamente inaccettabile. Innominabile, perfino. E infatti Don DeLillo evita di nominare espressamente l’11 settembre. Per quella data usa una formula allusiva, «il giorno degli aerei». E a proposito di nomi, c'è un fatto che merita di essere di menzionato. DeLillo ha dichiarato che quando rifletteva su quale titolo dare al romanzo ignorava che la foto in questione fosse già nota a tutti come Falling Man. Non abbiamo motivo di dubitare della sua sincerità. Ma se le cose stanno così non possiamo fare a meno di chiederci se egli sappia cos'è Internet. Digitando «9/11» e «Falling Man» nella stringa di Google il primo risultato che si ottiene è proprio il famoso articolo dell'«Esquire». Inutile aggiungere che Falling Man ha anche una sua pagina su Wikipedia il cui ultimo aggiornamento riguarda proprio il romanzo di DeLillo.
Lontano da Google
Che DeLillo frequenti poco la rete o non abbia contratto certi tic del nostro tempo — come per l'appunto digitare su Google qualunque cosa ci passi per la testa — non è certo una colpa. Non è più un ragazzíno ormai. Ma è proprio questo che traspare dalle sue frasi sempre mirabilmente cesellate: uno sguardo più affine alla totemica centralità del televisore, di cui fu supremo cantore, che non all'attuale cacofonia informatica. «Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere che cadeva in un'oscurità prossima alla notte. Lui camminava verso nord tra macerie e fango e c'era gente che lo superava correndo, tenendo asciugamani contro il viso o giacche sopra la testa. Avevano fazzoletti premuti contro la bocca». Questa scena sembra non tanto qualcosa di.già visto quanto di già letto, non ricorda tanto i convulsi attimi seguiti al crollo delle torri quanto altri libri. È una scena che DeLillo avrebbe potuto descrivere prima dell'11 settembre, e in effetti l'ha già scritta più di una volta. I suoi romanzi pullulano di terroristi, paranoie e assembramenti, partire di baseball e matrimoni di massa dal sapore apocalittico. Dando alle stampe Mao II, Libra e Rumore bianco, DeLillo ha precorso i tempi o meglio ha scarnificato a tal punto il presente da farlo sembrare futuro. Con la copertina del suo romanzo più rappresentativo, Underworld, è stato un vero e proprio profeta di sventura. Le Torri Gemelle si stagliavano su uno sfondo spettrale. La loro cima spariva tra nuvole che sembrano cenere. Di fronte a esse la croce di una chiesa evocava il profilo di una lapide. Di lato nel cielo, un uccello volteggiava minaccioso. Per uno strano gioco di prospettiva sembrava troppo grande rispetto alle torri, troppo grande per essere un innocuo uccello. Non c'era bisogno che DeLillo raccontasse il giorno degli aerei. Nessuno lo aveva fatto meglio di lui prima che quel giorno arrivasse. Quanto al dopo, malgrado Falling Man sia la migliore tra le sue ultime prove, la sensazione è che il profeta appartenga a un tempo andato. L'America di oggi attende ancora qualcuno che ne scriva la storia.

postato da: tommasopincio alle ore 00:24 | link | commenti (3)
lunedì, 07 settembre 2009

LA PLAGE!

Prime considerazioni su "Inherent Vice"

Correva l'anno 1968, con le sue meraviglie e i suoi lati oscuri, quando, sui muri di Parigi, apparve un graffito. Diceva: «Sous les pavés, la plage!». Gli studenti manifestavano. Urlavano la loro rabbia giovane. Lanciavano pietre contro il sistema, accidentalmente personificato dagli uomini delle forze dell'ordine. Il procacciamento di munizioni imponeva di divellere l'acciottolato sotto cui riposava uno strato di sabbia. Forse perché era maggio, la vista di quel terriccio finissimo evocò a qualcuno panorami alternativi ai grigi inverni cittadini, una striscia di spiaggia su cui distendersi immobili come un blocco di porfido, a bagnarsi di sole, sonnecchiando, col rumore del mare nelle orecchie. Si racconta che questo qualcuno fosse una contestatrice di riguardo, Marguerite Duras, la quale, seppur non più giovanissima, non disdegnava le barricate. Che sia stata davvero lei a confezionare il celebre slogan è tuttavia irrilevante. In un certo senso, sarebbe perfino preferibile che il vero autore restasse anonimo, uno tra tanti, uno il cui destino sia per i posteri fonte d'interrogativi. Sarà davvero migrato in una spiaggia lontana in cerca di sé o di una esistenza diversa? O sarà invece rientrato nei ranghi, una volta trascorsi i focosi giorni dell'immaginazione al potere, invecchiando alla maniera borghese: di giorno al lavoro, la sera in casa, appresso ai figli, alla moglie, magari anche all'amante, alle bollette da pagare? E un'aura di interrogativi avvolge anche colui che, di recente, ha deciso di resuscitare quelle parole: Sotto il pavé, la spiaggia! Lo slogan appare infatti in forma di epigrafe nel nuovo romanzo di Thomas Pynchon, colorandosi di significati ulteriori, giacché la spiaggia c'è davvero, perlomeno in forma di scenario. E che spiaggia. Il mitico litorale di Los Angeles e dintorni, dove risuona costante il batacchiare delle tavole da surf e il tramonto tinge d'arancio la distesa del mare.

Ma c'è anche un'altra ragione per cui il richiamo sessantottino assume un senso nuovo. Alla luce della ponderosa produzione tipica dello scrittore, Inherent Vice appare sorprendentemente leggiadro, e non tanto per il numero in fondo contenuto delle pagine, quanto perché la sua lettura non richiede sforzi titanici. Ovviamente, si tratta pur sempre di Pynchon, con tutto ciò che questo comporta, ma è comunque un Pynchon assai godibile e semplificato. Un Pynchon per l'estate, insomma. Mettendola alla «parigina», si potrebbe concludere che sotto pesanti mattoni come Mason & Dixon o il più recente Contro il giorno covava una lettura da spiaggia. Chi avrebbe mai detto che il grande recluso della lettura americana potesse trastullarsi in un noir alla Raymond Chandler? In effetti, per i più avveduti non c'è molto di cui stupirsi. Le erratiche trame tessute dal nostro si sono sempre aggrovigliate attorno a misteri sui quali cercavano di far luce eserciti di curiosi personaggi spesso scarsamente attrezzati allo scopo. In questo caso, però, si tratta di un mistero in piena regola. O meglio: in pieno genere. Niente astrusità postmoderne quali l'insondabile legame che unisce i pruriti sessuali di un sottufficiale alleato all'avvicinarsi dei micidiali razzi V-2 sui tetti di Londra o sedicenti sistemi di comunicazione alternativi alle poste federali le cui origini si perdono nel lontano Medioevo. Stavolta il tutto è assai più convenzionale, quantomeno nelle premesse. Lo stesso dicasi per il giovane eroe della situazione, che di professione fa proprio il solutore di misteri: l'investigatore privato. Una sera bussa alla porta una sua vecchia fiamma, tale Shasta, che gli rivela l'esistenza di un complotto teso al rapimento del suo nuovo amante, un costruttore miliardario di nome Mickey Wolfmann. L'investigatore ha ancora un debole per la ragazza e non fa in tempo a raccapezzarsi che si ritrova arrestato per l'omicidio di una delle guardie del corpo del costruttore, il quale è intanto sparito come pure sparita è Shasta. Premesse convenzionali, si era detto, tipiche di un romanzo in perfetto stile noir, non fosse che il prosieguo delle indagini è aiutato e al contempo ostacolato da un'inopinata serie di coincidenze e improbabili deragliamenti. Il mistero si allarga a macchia di leopardo.
L'investigatore inciampa così in collezioni di cravatte con donnine discinte dipinte a mano, in falsi biglietti da venti dollari con il ritratto di Richard Nixon, in un'associazione di dentisti assassini nota come Zanna d'Oro, che è però anche il nome di una barca con un tortuoso passato alle spalle nonché di un sedicente cartello indocinese per il traffico di eroina. E che dire dello stesso investigatore, che viene rilasciato all'istante dalla polizia a patto di fornire informazioni sulla comunità di hippy e surfisti che infestano le amene spiagge californiane? Larry Sportello detto Doc, questo il suo nome. A pensare male si direbbe che le tre iniziali hanno un suono sospetto, Lsd. E manco a farlo apposta, dopo poche pagine appena, il lettore scopre che sulla porta del suo ufficio campeggia la seguente insegna «lds, investigation, lsd». Nonostante venga spiegato che il lisergico acronimo sta per «Location, Surveillance, Detection», il disegno che l'accompagna - un gigantesco bulbo oculare iniettato di sangue - ha tutta l'aria di una parodia psichedelica del logo della prima grande agenzia investigativa americana, la mitica Pinkerton, dove il motto «Noi non dormiamo mai» faceva il paio con l'immagine di un occhio aperto.

Ma c'è anche un'altra ragione per cui il richiamo sessantottino assume un senso nuovo. Alla luce della ponderosa produzione tipica dello scrittore, Inherent Vice appare sorprendentemente leggiadro, e non tanto per il numero in fondo contenuto delle pagine, quanto perché la sua lettura non richiede sforzi titanici. Ovviamente, si tratta pur sempre di Pynchon, con tutto ciò che questo comporta, ma è comunque un Pynchon assai godibile e semplificato. Un Pynchon per l'estate, insomma. Mettendola alla «parigina», si potrebbe concludere che sotto pesanti mattoni come Mason & Dixon o il più recente Contro il giorno covava una lettura da spiaggia. Chi avrebbe mai detto che il grande recluso della lettura americana potesse trastullarsi in un noir alla Raymond Chandler? In effetti, per i più avveduti non c'è molto di cui stupirsi. Le erratiche trame tessute dal nostro si sono sempre aggrovigliate attorno a misteri sui quali cercavano di far luce eserciti di curiosi personaggi spesso scarsamente attrezzati allo scopo. In questo caso, però, si tratta di un mistero in piena regola. O meglio: in pieno genere. Niente astrusità postmoderne quali l'insondabile legame che unisce i pruriti sessuali di un sottufficiale alleato all'avvicinarsi dei micidiali razzi V-2 sui tetti di Londra o sedicenti sistemi di comunicazione alternativi alle poste federali le cui origini si perdono nel lontano Medioevo. Stavolta il tutto è assai più convenzionale, quantomeno nelle premesse. Lo stesso dicasi per il giovane eroe della situazione, che di professione fa proprio il solutore di misteri: l'investigatore privato. Una sera bussa alla porta una sua vecchia fiamma, tale Shasta, che gli rivela l'esistenza di un complotto teso al rapimento del suo nuovo amante, un costruttore miliardario di nome Mickey Wolfmann. L'investigatore ha ancora un debole per la ragazza e non fa in tempo a raccapezzarsi che si ritrova arrestato per l'omicidio di una delle guardie del corpo del costruttore, il quale è intanto sparito come pure sparita è Shasta. Premesse convenzionali, si era detto, tipiche di un romanzo in perfetto stile noir, non fosse che il prosieguo delle indagini è aiutato e al contempo ostacolato da un'inopinata serie di coincidenze e improbabili deragliamenti. Il mistero si allarga a macchia di leopardo.
L'investigatore inciampa così in collezioni di cravatte con donnine discinte dipinte a mano, in falsi biglietti da venti dollari con il ritratto di Richard Nixon, in un'associazione di dentisti assassini nota come Zanna d'Oro, che è però anche il nome di una barca con un tortuoso passato alle spalle nonché di un sedicente cartello indocinese per il traffico di eroina. E che dire dello stesso investigatore, che viene rilasciato all'istante dalla polizia a patto di fornire informazioni sulla comunità di hippy e surfisti che infestano le amene spiagge californiane? Larry Sportello detto Doc, questo il suo nome. A pensare male si direbbe che le tre iniziali hanno un suono sospetto, Lsd. E manco a farlo apposta, dopo poche pagine appena, il lettore scopre che sulla porta del suo ufficio campeggia la seguente insegna «lds, investigation, lsd». Nonostante venga spiegato che il lisergico acronimo sta per «Location, Surveillance, Detection», il disegno che l'accompagna - un gigantesco bulbo oculare iniettato di sangue - ha tutta l'aria di una parodia psichedelica del logo della prima grande agenzia investigativa americana, la mitica Pinkerton, dove il motto «Noi non dormiamo mai» faceva il paio con l'immagine di un occhio aperto.

Prima di essere noir, Inherent vice è pertanto bambinesco. Infantile come può esserlo un hippy, è l'elegiaco canto d'amore a un paese dei balocchi, la Manhattan Beach degli anni Sessanta dove lo scrittore visse in gioventù attendendo al suo capolavoro, L'arcobaleno della gravità . E piuttosto che ricordare quel tempo e quei luoghi alla maniera degli scrittori in là con gli anni che si profondono in lamentazioni sui guasti della vecchiaia, Pynchon ha preferito ricrearli alla maniera sua: droghe che scorrono come la Coca-Cola nei McDonald, ragazze tutte bellissime e in minigonna, e musica rock ovunque. Ha chiuso tutto ciò in una bolla di sapone e lo ha raccontato un attimo prima della fine, alla vigila del processo contro Charles Manson, che notoriamente marcò la fine di quella stagione.
Del resto, il «vizio insito» di una bolla è che non può non scoppiare. Ma proprio per questo ne ha fatto un cartone animato: perché, almeno nel romanzo, lo scoppio sia innocuo e lo si possa rileggere e poi ancora rileggere, divertendosi. E così, come il pavè nasconde la sabbia, da sotto la patina fintamente noir di queste pagine risale un altro motivo: una tenerezza da bambini, la voglia di illudersi che basti seguitare a raccontare una cosa affinché questa duri per sempre. Un po' come dire: è durato il volgere di un mattino, ma è stato bello. Ci rivediamo di sicuro in un'altra vita. Pardon, in un'altra spiaggia.

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sabato, 29 agosto 2009

MANHATTAN BEACH

Di recente, per Thomas Pynchon, il vento è cambiato. Quando è uscito in America Contro il giorno in molti hanno storto il naso. Hanno accusato lo scrittore di essere rimasto un hippy sporcaccione che insiste nel raccontare complicate storie a base di canapa indiana, sesso strano e complotti universali. In pratica, gli hanno rimproverato di appartenere a un’epoca morta e sepolta, quella dei mitici anni Sessanta. In effetti, il mondo è cambiato insieme al vento, così cambiato che viene quasi da chiedersi: Ci sono stati davvero o se li è inventati qualcuno, gli anni Sessanta? Qualunque risposta ci si voglia dare, lui c’era. Se ne stava beato a Manhattan Beach, la patria del surf, dove d’inverno le onde raggiungono i trenta metri. A un tiro di scoppio da Los Angeles, è il posto dove ascoltare musica passeggiando sulla spiaggia. C’è un discreto numero di studi di registrazione e molta gente che suona. Dennis Wilson era un frequentatore abituale dei lidi, ai tempi. Fu proprio qui che convinse Brian e il resto dei Beach Boys a scrivere canzoni che glorificassero il surf. Quando vi arrivò Pynchon, nel 1965, la band incideva California Girls , rendendo così giustizia anche all’abbronzatura delle ragazze della West Coast. Lo scrittore li ascoltava di sicuro, perché quando un suo vecchio amico di New York andò a trovarlo lui gli disse che avrebbe dovuto scrivere un pezzo su di loro. L’amico in questione collaborava con varie testate, gli avevano appena commissionato un articolo su Bob Dylan. La cosa divertente è che un anno dopo l’amico tornò in California proprio per fare un servizio sui Beach Boys. A quanto pare Pynchon si era completamente dimenticato del suggerimento. Il tipo gli fece allora ascoltare Pet Sounds , al che lo scrittore sospirò: «Oh, adesso capisco perché vuoi scrivere un pezzo su di loro». Stando all’amico, che si chiama Jules Siegel e raccontò questa storia su Playboy nel 1977, avevano fumato entrambi un bel po’ di roba. Del resto, certe abitudini rientravano nello spirito dell’epoca. La gente consumava una discreta quantità di sostanze psicotrope e Pynchon non faceva eccezione. Alcuni ritengono che anche la sua proverbiale paranoia sia una conseguenza del clima di allora. Se la polizia ti fermava senza la cartolina di chiamata alle armi, venivi arrestato all’istante; essere paranoici era semplicemente un modo saggio di stare al mondo. Altri sostengono che l’estrema riservatezza dello scrittore fosse invece dovuta al fatto di essere un po’ balbuziente. In realtà, Pynchon aveva una vita sociale. Frequentava un locale chiamato Fractured Cow ed era solito divorare un paio di burrito in un piccolo ristorante messicano che ancora oggi va per la maggiore chiamato El Tarasco. C’erano naturalmente periodi in cui si rinchiudeva in casa. Copriva le finestre con asciugamani. Abitava in un minuscolo appartamento per scapoli in prossimità della spiaggia. Chi ebbe il privilegio di entrarvi lo descrive come un anfratto arredato in modo spartano. Su uno scaffale della libreria saltava all’occhio una collezione di libri sui maiali, una sua fissazione. Sul tavolo, una Olivetti portatile, montagne di fogli, una sorta di missile in miniatura realizzato con un temperamatite a campana. In cucina, nulla da mangiare, solo una fila di barattoli di caffé vuoti, disposti in serie come al supermercato. In questa tana da hippy paranoide scrisse gran parte del suo capolavoro, L’arcobaleno della gravità. Sono passati quarant’anni, ma il ricordo di quegli eccitanti giorni sospesi tra il paradiso e l’apocalisse gli è rimasto nel cuore. Inherent Vice , il suo ultimo romanzo, è ambientato in quei luoghi e in quei tempi, tra surfisti, rocker, puttane, hostess, sognatori e sbandati di vario genere. Racconta di un certo Doc Sportello, investigatore privato perennemente perso nei fumi della marijuana, e dell’intricato pasticcio in cui si trova coinvolto il giorno in cui una sua ex fiamma torna a bussare alla sua porta. La quarta di copertina lo presenta come un noir psichedelico. Visti i trascorsi del nostro, non poteva che esserlo, psichedelico. Quanto al noir, le cose sono un po' più sfumate di quel che sembrano. D'altronde, così non fosse, Manhattan Beach non sarebbe diventata Gordita Beach... Maggiori considerazioni a breve. Stay tuned.

postato da: tommasopincio alle ore 18:47 | link | commenti (2)